LE FRONTIERE COME FERITA
Maxxi B.A.S.E. – Roma

    
    

 

Dal 15 maggio al 7 luglio 2012 si è svolta al MAXXI B.A.S.E. una mostra intitolata: “Le frontiere come ferita”. Un’antologia cartografica di alcuni miei lavori di Limes arricchita da una nuova opera che da il nome alla mostra.

La mappa Le frontiere come ferita è una raffigurazione multipla di paesi con frontiere “invalicabili”, linee di confine erette per “chiudere e allontanare”, come i segni di una ferita sulla pelle. Ne sono un esempio le ampie zone di confine all’interno dell’area caucasica, fra l’Europa e il Sud del Mediterraneo, e fra gli Stati Uniti e il Messico.
Nella visione d’insieme sono compresi aspetti di ordine sia generale che particolare e un messaggio, o meglio un codice, che mette in risalto le tensioni sociali dovute alla convivenza di differenti etnie in uno stesso luogo. La raffigurazione in dettaglio della Cisgiordania, uno zoom che si incastra violentemente nella carta, trascende la visione geografica e grava l’immagine di contenuti sociali. Nel puzzle relativo ai vari gruppi etnici del Caucaso, la Canali inserisce un’immagine figurativa di due donne con bambini di età diverse che si abbracciano gli uni con le altre, in un intreccio di gambe e di braccia. Un’opera nell’opera che vuole scuotere le coscienze nel ricordare la tragedia della scuola di Beslan.
In questa mappa multipla, Laura Canali affronta il tema dei confini e delle lacerazioni umane, in assonanza con la ricerca di Doris Salcedo. L’intento è quello di guardare in modo ravvicinato, come attraverso una lente che mette a fuoco, le “barriere” etniche e culturali che si erigono nelle città, che generano “sottoinsiemi” all’interno degli spazi geografici “ufficiali” e spaccature fra il nucleo cittadino e la sua periferia. Le città-esempio, simbolicamente universali, sono Londra, Parigi, Roma e Berlino, con i loro ghetti e le banlieues. Gli aggregati, nella rappresentazione, sono pensati come siti monocentrici “mutevoli” e “liquidi” a causa della presenza di migliaia di pendolari che vi confluiscono, da zone più o meno limitrofe, regolarmente.
Il procedere della Canali è un intreccio fra il confronto con gli aspetti geopolitici contemporanei e l’impulso di imprimere sulla mappa un’intima sensazione, un messaggio da liberare. Non è tanto un desiderio, ma una necessità, quella di andare oltre il contributo sociale. Il suo è un agire simbolico: una parte in causa per nuove aspettative
VIVIANA VERGERIO GUERRA

“Ho iniziato a disegnare la carta Le frontiere come ferita da Est verso Ovest. Forse perché l’area caucasica e il Medio Oriente sono luoghi che ho molto frequentato, almeno sulle carte geopolitiche. E perché quando comincio a disegnare cerco sempre di farlo a partire dal punto più vicino ai miei sentimenti.
Sono dunque partita dal Caucaso, la Frontiera Dolorosa per eccellenza. Qui le persone conducono una vita spesso tragica, da tempo quasi immemorabile. I due luoghi centrali del percorso di questa frontiera sono Grozny, che vuol dire “La Terribile”, capitale della Cecenia, e Beslan, nell’Ossezia del Nord, dove il 1 settembre 2004 un gruppo di 32 terroristi islamici occupò un edificio scolastico. Era il primo giorno di scuola dopo le vacanze. Fu una strage. Fra i morti, 186 bambini. Ho voluto rappresentare Beslan con il volto degli adulti senza più lacrime, che carezzano i corpi dei loro figli per l’ultimo saluto, visi duri, di donne dure. Come madre, mi sono immedesimata nel loro dolore, anche perché quel giorno mia figlia affrontava il suo primo giorno di scuola elementare. Eravamo tutti vestiti a festa, quel giorno. Ma in quella parte di mondo, la festa divenne tragedia. Sarà bene non dimenticarlo qui da noi, nella parte di mondo più ricca e fortunata.
Lo zoom sulla Cisgiordania tratteggia una terra lacerata che ho mi è sempre interpretato come un feto dal quale non si sviluppa però un essere uniforme. Vi troviamo l’imperfetto contrasto di tutto, dagli insediamenti dei coloni israeliani nel cuore delle terre palestinesi, alle strade riservate a ebrei o arabi, ai check-point, al Muro, al Giordano ormai quasi disseccato.
Dal Medio Oriente risaliamo al cuore della vecchia Europa, vecchia in tutti i sensi. Per questo ho scelto il color lavanda, un cuore elegante, freddo ma anche sbiadito. Come l’Europa di oggi, senza carattere e senza europei, perché quelli che si dicono tali non amano stare insieme. Mi piacerebbe un giorno colorare l’Europa Unita di un bel blu deciso. L’Europa color lavanda contiene poco azzurro. L’azzurro rappresenta l’acqua, ma ne abbiamo poca per spegnere gli incendi che ci circondano. A sud, le rivoluzioni nordafricane in corso, di cui vediamo più i pericoli che le speranze.
Ho disegnato alcune capitali europee con un simbolo grafico che segna città prive di un vero centro. Metropoli che sono un universo, come Londra. Città multiformi, a strati, con periferie difficili da vivere, eppure abitate da persone che vorrei continuassero a cercarsi, ad aiutarsi. Per questo ho scelto la poesia di Michalis Pierìs come sfondo.
Infine, il profondo Occidente, con la frontiera ispano-americana. Lunga 3.169 km, il confine separa il Messico torturato dalle narcobande dal Sogno Americano, che non sempre si rivela tale per chi riesce a valicare il Rio Grande. Che cosa possa produrre l’impatto fra questi due mondi ce lo racconta la tragedia ecologica e umana del Golfo del Messico, investito dal disastro prodotto dall’esplosione di una piattaforma petrolifera della Bp, al largo della Louisiana. Per cancellare almeno in superficie quell’oceano di petrolio, il governo americano ha consentito l’uso di solventi come il Corexit, che contiene componenti altamente tossiche. L’occhio non vede più la macchia nera. Anche per questo ho voluto dipingerla”.

LAURA CANALI